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15 de abril de 2018

Dichiarazione della Conferenza Internazionale

Por Conferencia Internacional

Buenos Aires, 2-3 aprile 2018

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Le organizzazioni operaie, socialiste e rivoluzionarie riunite nella Conferenza internazionale convocata dal Partito Operaio dell’Argentina, dal Partito dei Lavoratori dell’Uruguay, dall’EKK della Grecia e dal DIP della Turchia, che si è svolta nella città di Buenos Aires nei giorni 2 e 3 di aprile, hanno rilasciato la seguente dichiarazione, di fronte allo scenario di crisi economiche e politiche, guerre e ribellioni popolari estese su scala mondiale.

La crescita di guerre e di fenomeni internazionali come Trump o la Brexit, mostrano che la crisi mondiale non può essere risolta con mezzi puramente economici. Si rafforzano le tendenze alla rivalità internazionale, la guerra fiscale e commerciale, rompendo gli equilibri interni alle nazioni e alterando le congiunture episodiche tra le classi. La restaurazione capitalista, a sua volta, non può essere risolta come un processo pacifico. Stiamo assistendo a una delle transizioni storiche più contraddittorie e violente della storia.

Guerra e restaurazione capitalistica

Dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, l’umanità è entrata in un nuovo ciclo di guerre imperialiste, guidate fondamentalmente dall’imperialismo USA.

Le guerre esplose in Medio Oriente e Nord Africa, negli spazi ex jugoslavi e sovietici, in Afghanistan e in Africa a partire dagli anni ’90, sono l’espressione delle tendenze fondamentali del periodo della restaurazione capitalista, della nuova grande depressione iniziata dal 2007-2008 e la conseguente guerra economica che si è determinata.
Le cosiddette guerre “locali” o  per “procura”,  cioè con l’armamento di agenti “indigeni”, hanno un comune denominatore internazionale,  cioè fanno parte del tentativo di affrontare la crisi attraverso una ricolonizzazione del pianeta, specialmente nello spazio degli ex “stati socialisti”. Il ciclo delle guerre imperialiste entra, in un certo modo, in un nuovo stadio; nel Mar del Sud della Cina, in Corea del Nord, nell’Ucraina (regione del Donbass) emergono conflitti diretti con la Russia e la Cina.

L’aumento delle tensioni e degli antagonismi tra le classi dirigenti e i governi in Grecia e in Turchia è pienamente sfruttato dagli imperialisti degli Stati Uniti e dell’Unione europea e minaccia di estendere la guerra imperialista nella regione dell’Egeo e dei Balcani. Chiediamo ai lavoratori e agli oppressi in Grecia, in Turchia e a Cipro di unirsi e di combattere contro il nemico comune: l’imperialismo e il capitalismo. Guerra alle guerre imperialiste e capitaliste. Per l’unificazione della lotta di tutti i popoli in una Federazione socialista.

La crisi capitalista

Queste guerre imperialiste sono strettamente legate alla crisi capitalista, iniziata nei primi anni ’70 e che ha assunto una dimensione colossale con la bancarotta del 2007/8. La bancarotta capitalista non è che l’espressione esplosiva di un lungo periodo di esaurimento dello sviluppo delle forze produttive e il declino storico del modo di produzione del capitale. Un quarto di secolo dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica e il processo di restaurazione in Cina, diventa chiaro che l’impasse storica del capitalismo non ha alcuna via d’uscita attraverso i mezzi economici e politici. L’integrazione delle ex economie nazionalizzate nell’economia capitalista mondiale non può procedere con mezzi “pacifici”.

Si fa strada prepotentemente la prospettiva di una dissoluzione dell’UE, non solo per la debacle della Grecia, ma anche con la Brexit e l’ascesa delle forze di destra, specialmente in Germania e in Italia, con la bandiera demagogica del “recupero delle sovranità nazionali” ‘. Un esempio delle forze centrifughe della crisi dell’UE è evidente nello stato spagnolo, la lotta di milioni di pensionati nelle strade contro lo svuotamento del sistema pensionistico statale si sviluppa in tutto lo stato e mostra la centralità della classe lavoratrice in difesa delle sue conquiste. In questo quadro difendiamo il diritto all’autodeterminazione dei popoli dello stato spagnolo compresa la loro indipendenza e lottiamo per una federazione socialista dei popoli iberici.

La minaccia della dissoluzione nazionale, in Russia, spinge alla creazione di un governo del KGB, guidato da Putin, e fa emergere regimi autoritari e bonapartisti, di natura restaurazionista in quasi tutti gli stati dell’ex “blocco socialista” e in Cina. L’esplosione finanziaria in Cina, nel 2014 e la crescita di una minaccia di bancarotta diffusa, spiega la richiesta di poteri eccezionali da parte della cricca Xi Jingping.

La bancarotta capitalista ha prodotto un ripiegamento sullo nazionale, inteso come uno strumento di guerre commerciali, fiscali e finanziarie – e, alla fine, la guerra stessa. La bancarotta ha ricordato agli Stati imperialisti che il loro primo obbligo è quello di salvare i capitali dei loro paesi dalla bancarotta. Ciò si manifesta soprattutto negli Stati Uniti e in una rottura delle relazioni internazionali che nel loro complesso esasperano le contraddizioni dell’imperialismo. Trump ha raccolto la sfida di questa crisi con lo slogan “America First”, ovvero la guerra sul piano internazionale e nazionale. L’ascesa di Trump determina una crisi del regime politico americano e combina le guerre imperialiste con l’annientamento dei diritti democratici negli Stati Uniti.

La depressione economica che si è verificata dopo la crisi finanziaria del 2007-2008, da un lato, è stata il terreno fertile per i fascisti parassiti, così come, dall’altro lato, delle svolte brusche delle masse a sinistra e di ribellioni popolari. Questa depressione non è altro che l’espressione concreta del declino storico del modo di produzione capitalistico. La socializzazione e l’internazionalizzazione delle forze produttive richiedono, sempre più, che l’economia mondiale venga pianificata sulla base della proprietà pubblica, sotto la direzione della classe operaia. Contro ogni manifestazione della violenza fascista chiamiamo al fronte unico della classe lavoratrice in difesa delle organizzazioni operaie. Denunciamo il patrocinio e la complicità delle istituzioni e dei governi delle democrazie capitaliste nello sviluppo di movimenti fascisti e rivendichiamo la difesa dei lavoratori contro la borghesia che è il metodo per sconfiggere gli attacchi fascisti e condurre questa lotta alla vittoria.

La conferenza adotta la decisione di organizzare una campagna politica contro la xenofobia e il fascismo organizzati, contro tutte le forme di discriminazione e oppressione e chiama la classe operaia alla mobilitazione contro questa barbarie.

Cina e Russia

La “via della seta” e la fondazione di banche internazionali rappresentano un tentativo da parte della Cina di evitare le conseguenze della crisi capitalista mondiale. In nessun modo costituiscono un’uscita dalla crisi. Costituiscono, a lungo termine, un onere fiscale per lo stato, data l’assenza di una borghesia nazionale. Una gran quantità degli investimenti in questo piano è già entrata in una paralisi. Né in Russia, né in Cina si è formato un capitale imperialista, e la possibilità di un imperialismo ad esclusiva base statale è un’ipotesi priva di consistenza. Questi regimi di transizione al capitalismo devono far fronte, da un lato alla colonizzazione imperialista (e alle guerre) e dall’altro lato alla rivoluzione proletaria. Nell’ipotesi di una guerra imperialista contro la Russia e / o la Cina, per portare a termine la restaurazione capitalista di tipo coloniale, i socialisti rivoluzionari si batteranno  per la sconfitta completa dell’imperialismo e per cogliere l’occasione della  lotta per rilanciare  i Soviet, come la forma del potere politico indipendente della classe lavoratrice; espropriare l’oligarchia e la burocrazia e sviluppare una rivoluzione socialista, sostenendo l’autodeterminazione dei popoli, in vista della ricostruzione della Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche sul fondamento dell’origine rivoluzionaria e internazionalista della Rivoluzione d’Ottobre.

In Ucraina difendiamo la resistenza contro la colonizzazione imperialista della NATO e del FMI; sosteniamo la resistenza del Donbass e l’espropriazione dell’oligarchia della regione protetta dal regime di Putin; per un’Ucraina indipendente e socialista.

Medio Oriente

Nel suo sforzo di circondare e isolare la Russia e la Cina, l’imperialismo, insieme al suo alleato sionista, ha tenuto viva la fiamma della guerra nel Medio Oriente e nella regione del Nord Africa sin dalla Guerra del Golfo del 1991. Nel XXI secolo sono esplose una serie di guerre in Iraq, Libano, Gaza, Libia, Siria e Yemen. C’è un chiaro pericolo di un’unica guerra nell’intera regione. Ogni campo è guidato dagli interessi dell’imperialismo e dei poteri regionali, attraversati dalla divisione settaria. L’imperialismo USA, ora sotto Trump, lavora mano nella mano con Israele e con l’Arabia Saudita, sostenuto dall’Egitto, per isolare l’Iran e il suo blocco di alleanze (che si diffonde attraverso regimi o forze di opposizione in Iraq, Siria, Libano, Yemen, Bahrain e persino nelle province occidentali dell’Arabia Saudita), in cui la Turchia gioca in entrambi i campi.

Nella guerra in corso in Siria, denunciamo i compromessi reciproci tra la NATO, la Russia, la Turchia e Israele e chiediamo la cessazione di ogni  intervento militare straniero; l’organizzazione dell’assistenza umanitaria internazionale, sotto il controllo delle organizzazioni dei lavoratori; il libero accesso di rifugiati e immigrati in tutti i paesi e l’assistenza per  un’esistenza dignitosa ; il disarmo dei gruppi armati, delle organizzazioni settarie  e l’espulsione della cricca dinastica di Al Assad, nella prospettiva della Federazione socialista del Medio Oriente. Solo in questa prospettiva si possono realizzare le aspirazioni nazionali della nazione curda.

Il recente massacro di palestinesi da parte dello Stato di Israele, fa parte dell’offensiva militarista in cui il sionismo e l’imperialismo sono incorporati in Medio Oriente. Nell’ambito della prospettiva della Federazione socialista del Medio Oriente proponiamo la distruzione dello stato sionista e l’istituzione di una Repubblica laica e democratica in Palestina, dove convivano ebrei e arabi.

 

America Latina

L’America Latina si distingue, nella fase attuale, per il crollo delle esperienze “nazionaliste”. Tutte queste sono venute alla luce come conseguenza della crisi globale, negli sconvolgimenti precedenti allo scoppio del 2008. Furono lo strumento di un’operazione di salvataggio del capitale e sono stati affondati, nel recente periodo, dalla medesima crisi globale. Il collasso “nazionale e popolare” ha creato una situazione particolare: l’emergere di governi di destra, alcuni attraverso elezioni, altri attraverso colpi di stato “parlamentari”. Nel quadro di queste esperienze si sono sviluppate lotte di massa, sebbene Macri e Temer siano riusciti a far passare riforme strategiche antioperaie con la collaborazione del peronismo e del PT. La recente crisi e caduta del governo di Kuczynski dimostra che la destra non soddisfa le condizioni politiche per stabilizzare la regione.

L’America Latina non è ai margini delle guerre imperialiste, né potrebbe esserlo, essendo il cortile di casa dell’imperialismo yankee. Il Pentagono ha messo su un gigantesco sistema militare nella regione, dalla Quarta Flotta, alle basi in Amazzonia e al tentativo di impiantarle nella Tripla Frontiera.

Mettiamo in guardia contro la minaccia del blocco economico, del colpo di stato e dell’intervento militare in Venezuela, e chiediamo di affrontarlo attraverso l’agitazione e la mobilitazione. In questa lotta, mettiamo in guardia, soprattutto, che quello di Maduro non è un governo di lavoratori ma di oligarchi politici ed economici, la “boliburguesía”, e che è impegnato in un compromesso col capitale finanziario, come lo dimostra, tra tanti cose, l’ipoteca delle riserve petrolifere e la vendita all’asta al capitale internazionale.
Ancora una volta e per sempre: per gli Stati uniti socialisti dell’America Latina.

Ribellioni popolari

Le recenti ribellioni popolari che hanno avuto luogo in Tunisia, Sudan, Iran e Marocco, sono echi della precedente spettacolare ondata rivoluzionaria del 2011-2013, dalle rivoluzioni arabe, alla Spagna e alla Grecia, dalla Turchia e dai Balcani, a Wall Street e al Brasile. Questi recenti eventi hanno mostrato il carattere provvisorio delle sconfitte delle rivoluzioni arabe – la cui massima espressione è stata la rivoluzione in Egitto – così come la vitalità dei regimi politici che sono stati costruiti su queste sconfitte.

In Francia, nonostante l’approvazione della riforma del lavoro senza combattere, frutto della collaborazione della burocrazia sindacale, l’annuncio della privatizzazione della ferrovia ha dato origine a una diffusa indignazione e a un movimento di lotta operaia che fa parte della prospettiva di lo sciopero generale.  In Germania, la lotta dei sindacati metallurgici e statali per gli aumenti salariali apre la strada al risorgere delle grandi lotte operaie. In Turchia, la lotta dei metalmeccanici iniziata nel 2015 con attacchi selvaggi, con l’occupazione delle fabbriche nel 2018, ha provocato uno sciopero di 135 mila lavoratori che ha vinto: un successo che deve essere evidenziato. In Cina c’è una vigorosa ripresa della classe operaia, così come in gran parte dell’Asia. La tendenza ascendente su scala mondiale continua ad essere la ripresa delle grandi lotte operaie indotte dall’insieme delle crisi economiche e politiche.

La tendenza alla ribellione popolare si manifesta nello sviluppo che il movimento delle donne ha acquisito e nella radicalizzazione delle sue mobilitazioni, cioè azione diretta e sciopero. La proiezione politica di questo movimento si è espressa quando fu rivendicata la Repubblica in Spagna, il rovesciamento della teocrazia in Iran, il ripudio di Trump e la lotta contro Temer e Macri in America Latina. Anticipazione di grandi eruzioni di massa.

Nel contesto dell’emergere di ribellioni popolari, la crisi della direzione degli sfruttati è stata rovente. La linea dominante della sinistra, del centrosinistra e dei nazionalisti, è di accentuare i loro impegni e la sottomissione all’attuale ordine sociale. Il bilancio di questa esperienza dimostra il successo della strategia dell’indipendenza di classe e della costruzione di partiti operai rivoluzionari in lotta per i governi dei lavoratori.

Ricostruire un’internazionale operaia e socialista

Noi organizzazioni riunite alla Conferenza internazionale, chiamiamo il proletariato delle metropoli imperialiste a combattere le guerre scatenate dalle loro borghesie e dai loro stati, da un lato, attraverso la mobilitazione internazionale, dall’altra, attraverso un’accentuazione della lotta di classe nei loro paesi, secondo la tradizione per cui il “nemico si trova nel mio paese”.

Prendiamo posizione per un fronte unito di combattimento contro le guerre imperialiste con le masse e le organizzazioni che oppongono resistenza, indipendentemente dal loro colore politico, in quanto conducono una lotta autentica contro l’imperialismo. Denunciamo anche la complicità delle burocrazie restaurazioniste e delle borghesie nazionali con quello stesso imperialismo, e il proposito di usarlo per attuare le loro politiche di privatizzazioni di massa e la repressione della classe operaia nei propri paesi.

Tutto lo sviluppo della bancarotta e delle guerre capitalistiche richiede una lotta di portata storica, solo il rovesciamento del capitalismo e l’imposizione di un governo operaio possono procedere a una completa riorganizzazione della società su nuove basi sociali.

Abbasso le guerre imperialiste!

La crisi la paghino i capitalisti!

Per un governo dei lavoratori!

Per la costruzione di partiti socialisti e rivoluzionari !

Costruiamo l’internazionale!

Lunga vita alla rivoluzione socialista !

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L’uscita degli Stati Uniti dall’accordo nucleare con l'Iran è un balzo in avanti nello scenario di guerra in Medio Oriente. Trump non potrebbe nemmeno appellarsi alla scusa, come ha fatto in passato di fronte ad altri conflitti, che l’accordo nucleare è stato violato. Tutti gli stati firmatari, compresi gli Stati Uniti, riconoscono che l'accordo è stato rispettato dall'Iran, così che l'abbandono dello stesso mette allo scoperto la provocazione in atto.

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La Casa Bianca rimprovera che il patto non limita lo sviluppo missilistico e altre armi dell’Iran. Ma l'asse della manovra mira in un'altra direzione: forzare il ritiro dell'Iran dalla Siria e una marcia indietro nella sua interferenza nella regione. È importante notare che Hezbollah ha appena ottenuto un clamoroso trionfo elettorale in Libano e le imminenti elezioni in Iraq anticipano il consolidamento al potere dei filoiraniani.

La guerra contro l’Isis è culminata nel rafforzamento del regime di Al Assad e nel consolidamento della presenza della Russia, dell'Iran e, in misura minore, della Turchia. La mappa postbellica è disegnata oggi da Teheran, Mosca e in parte da Ankara, senza l'intervento degli Stati Uniti e dei suoi alleati. Questo scenario è destinato ad essere modificato da Trump.

Per ora, la decisione americana è il segnale che stavano aspettando Israele e Arabia Saudita - paesi sostenuti dall'Occidente che disputano con l'Iran l'egemonia nella regione - per lanciare un'escalation militare. Un anticipo di questa minaccia si è verificato alla fine di aprile, con un presunto bombardamento israeliano di due basi in quel paese. L'azione fu molto più seria del recente bombardamento che gli Stati Uniti fecero con l'Inghilterra e la Francia. L'attacco ha ucciso almeno due dozzine di ufficiali iraniani e, in questo momento, è stata segnalata un'altra operazione israeliana in territorio siriano. A ciò si aggiunge un'impennata dell'offensiva contro la popolazione palestinese, concentrata, prima di tutto, nella striscia di Gaza che è stata l'obiettivo di continue ostilità implacabili da parte delle truppe israeliane.

La rottura dell'accordo va di pari passo con l'avvio delle sanzioni economiche. Il soffocamento economico mira a provocare un duro colpo al regime iraniano, la cui economia sta già peggiorando.

L'aspettativa che l’avvicinamento all'Occidente come risultato dell’accordo avrebbe consentito un boom economico, è stato negato e il declino delle condizioni di vita ha continuato a tale punto che ha finito per provocare una rivolta popolare alla fine dello scorso anno. Una sorta di embargo sarebbe il preludio di un intervento militare. Le sanzioni annunciate contro l'Iran si completano con quelle che la Casa Bianca mette in atto contro la Russia. Le rappresaglie economiche tendono a obbligare il regime di Putin a ridisegnare le aree d’influenza in Siria e nella regione.

Europa

Ma l'annuncio delle sanzioni, allo stesso tempo, è un colpo contro l'Unione europea. Trump ha ignorato le richieste di Macron e Merkel, che si sono recati a Washington pochi giorni fa, di non ritirarsi dall’accordo. Anche il primo ministro britannico Theresa May ha aderito a questa richiesta. I tre paesi europei hanno ratificato la firma e la loro partecipazione all'accordo nucleare. Ciò produce ulteriori  tensioni internazionali nel quadro della guerra commerciale tra gli Stati Uniti  e l'Europa.

È importante notare che Washington imporrà sanzioni alle  società europee che non lasciano le loro attività in Iran. Questo fatto potrebbe far precipitare una fuga da quel paese. Ciò include non solo le compagnie petrolifere ma anche le compagnie navali, le assicurazioni e le banche. Tutto questo metterebbe seriamente a repentaglio la produzione e l'esportazione del petrolio dall’Iran, i cui  principali sono proprio i paesi europei.

L'Unione europea ha studiato per mesi su come impedire  alle sanzioni statunitensi d’influire sulle sue imprese. Ciò comporterebbe l'utilizzo di procedure legali per impedire alle società europee di subire sanzioni extraterritoriali statunitensi e di aprire linee di credito in euro dalla Banca europea per gli investimenti per sostenere le società europee con attività in Iran.

Gli analisti convergono nel ritenere che l'imposizione di sanzioni alle compagnie europee creerebbe "la più grande divisione tra Europa e Stati Uniti, da quando l'ex presidente degli Stati Uniti George W. Bush dichiarò guerra all'Iraq nel 2003" (Clarín, 3/5 ).

La decisione degli Stati Uniti sull'Iran ha messo l'Europa sulla difensiva, che è, d'altra parte, ciò che sta accadendo su altri piani, come è successo con l'aumento delle tariffe dell’acciaio e dell’alluminio, la riforma fiscale o l’abbandono degli accordi sul clima di Parigi. Gli europei avvertono che una crescente crisi in Medio Oriente non solo li espone a rappresaglie e a una guerra commerciale con conseguenze imprevedibili che, tra le altre cose, potrebbe finire per causare una nuova ondata di profughi esplosivi.

Iran

Nelle prossime settimane dovremo anche prestare attenzione all'evoluzione interna dell’Iran. Il presidente iraniano, Rohani, intende contrastare la pressione degli Stati Uniti appoggiandosi alle potenze europee. Ha indicato che l'accordo continuerà a essere rispettato. Ma questa politica può finire per essere un'arma a doppio taglio. L'Unione europea mira a un negoziato con l'Iran, il cui nucleo consisterebbe nel "ripristino delle vie di investimento in cambio di un addendum al patto originario" (idem). Sebbene Trump abbia respinto questa opzione, il nucleo di tale "aggiunta" è in sintonia con le richieste del magnate yankee e consisterebbe nel limitare il programma iraniano di missili balistici e le sue azioni nella regione, in particolare in Siria, Iraq e Yemen. Per il momento, i leader europei hanno chiesto all'Iran di mostrare "moderazione nella sua risposta alla decisione degli Stati Uniti".

Questo tentativo di salvare l’accordo può terminare in un fiasco. Se ciò accadesse, sarebbe un colpo per l'ala moderata del regime (che è quella che governa), che è stata uno degli architetti di questi accordi e, come contropartita, potrebbe sollevare il settore ultranazionalista sfrattato dal potere. Naturalmente, non si può escludere che, posto tra la l’incudine e il martello, lo stesso Rohani a sua volta colpisca. Per ora, l'offensiva di Trump potrebbe rianimare un sentimento antimperialista e / o "forse un nuovo deterioramento dell'economia, potrebbe moltiplicare le proteste mettendo il paese sull'orlo di una guerra civile" (La Nación, 9/5).

Conclusione

La decisione di Trump di gettare l’accordo con l'Iran nella pattumiera dimostra il carattere effimero di questi compromessi. C’è un equilibrio precario, che prelude a nuovi attacchi.

Siamo di fronte a uno scenario convulso dominato da grandi crisi internazionali, rivalità, guerre commerciali e tendenze alla guerra, ai colpi di stato e alle ribellioni popolari, che hanno come sfondo il fallimento capitalista che fa il suo implacabile lavoro di talpa.

Questo scenario mette nel fuoco vivo la necessità di una campagna internazionale comune della classe lavoratrice contro la guerra e per creare un’ Internazionale rivoluzionaria, la Quarta Internazionale.

Abbasso l'imperialismo e le guerre imperialiste!

Per la sovranità nazionale della Siria e di tutti gli stati del Medio Oriente. Per una federazione di repubbliche socialiste.

Abbasso lo stato sionista, per il diritto al ritorno del popolo palestinese.
 

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Nel giro di pochi giorni sono passati per Washington, il Presidente della Francia, Emmanuel Macron, il Primo Ministro della Germania, Angela Merkel e il Ministro degli Esteri della Gran Bretagna, Ben Johnson, senza risultati. Non sono riusciti a scoraggiare Trump, che martedì ha deciso di ritirare gli Stati Uniti dall'accordo nucleare con l'Iran, che era stato firmato anche da Russia e Cina.

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Trump mente

Di fronte ai convincenti rapporti dell'Agenzia Internazionale per l'Energia e anche del Pentagono che le autorità iraniane stavano rispettando rigorosamente le clausole del trattato, Trump ha deciso di affiancare il Primo Ministro di Israele, Benjamin Netanyahu, che aveva sostenuto che "l'Iran mente" - cosa che è stata immediatamente smentita dai maggiori specialisti in materia e dagli editori dei principali quotidiani delle metropoli coinvolte. Secondo Trump, la durata limitata dell'accordo consentirebbe all'Iran al termine di esso di sviluppare armi nucleari; il trattato non contemplerebbe lo sviluppo di missili che potrebbero essere usati per trasportare testate nucleari; e, al di fuori della questione nucleare, l'Iran si comporta come uno Stato terrorista in tutto il Medio Oriente. Israele e l'Arabia Saudita, invece, sono stati descritti come pacifici e persino democratici. La decisione di violare unilateralmente un trattato, senza seguire i passi previsti, viola tutte le convenzioni della diplomazia, il che equivale a una dichiarazione di stato di guerra senza altri dettagli. Così fece Hitler, da parte sua, e poi in alleanza con Stalin; e più vicino nel tempo le potenze 'occidentali' contro Libia e Siria (da parte di agenti militari interposti); o i successivi interventi militari americani in America Latina – l’ultimo a Panama, e in passato contro Santo Domingo e Cuba. È una minaccia che incombe sul Venezuela.

L'Iran aveva accettato l'accordo sotto la pressione di sanzioni economiche e di ritorsioni politiche eccezionali. Ha visto nell'accordo la possibilità di riprendere le esportazioni di petrolio e di ricevere gli investimenti esteri - le esigenze fondamentali della borghesia iraniana. Nei tre anni in cui il trattato era in vigore, le sanzioni sono state revocate solo in parte, il che è stato utilizzato dai monopoli europei per accaparrarsi giacimenti importanti, in particolare la società francese Total. L'accordo ha aperto una transizione dal 'populismo' al 'macrismo' nell'economia iraniana, su iniziativa dell'ala riformista degli ayatollah. La liberalizzazione economica che ne è derivata ha aggravato, come proposto, le condizioni delle masse nel paese. All'inizio dell'anno in corso sono iniziate le rivolte popolari, che da allora si sono trasformate in scioperi dei lavoratori sempre più insistenti. Trump ha affermato che tornerà a un sistema di sanzioni più severe rispetto al passato, il che implica, innanzi tutto, una dichiarazione di guerra economica contro i monopoli europei che si sono recentemente avventurati in Iran. L'Unione europea ha annunciato misure economiche per contrastare le sanzioni, che sono ben lontane da tale possibilità. Con una visione più ampia, il britannico Financial Times sospetta l’intenzione di “cambiamento di regime politico" da parte di Trump. In altre parole, una politica terroristica contro l'Iran.

Israele

In coordinamento con l'azione di Trump, lo Stato sionista ha iniziato ad attaccare le posizioni iraniane in Siria, senza ammettere la responsabilità di tali azioni, e ha sviluppato un forte dispiegamento militare al confine con quel paese. Lo Stato maggiore dell'esercito sionista, tuttavia, si è pronunciato, così come il Pentagono, contro il sabotaggio dell'accordo tra l'Iran e le sei potenze che lo hanno firmato. Al contrario, lo descrivono come molto conveniente. Gli alti funzionari di tutti i principali Stati membri mettono in guardia da una guerra contro l'Iran, che troverebbe il sostegno di Russia e Cina. Una guerra del genere darebbe fuoco al Medio Oriente, a parte dell'Asia centrale e alla stessa Europa. Preferiscono di gran lunga le pressioni militari ed economiche e la costruzione di ponti alle borghesie locali colpite dagli embarghi e dai blocchi.

Da quando Trump ha annunciato per la prima volta le sue intenzioni, sia l'UE che la Russia si sono adoperate per modificare parzialmente il trattato al fine di rispondere alle pressioni statunitensi. Il fulcro dei negoziati è un accordo sulla Siria, in primo luogo, il ritiro delle forze schierate dall'Iran e da Hezbollah. Questo è quanto la Russia, l'Iran e la Turchia hanno cercato di concordare in un recente incontro, con risultati sconosciuti, a causa dell'interesse della Turchia a mantenere il controllo della Siria settentrionale e ad estendere la propria zona di protezione all'Iraq settentrionale. L'altro punto è il ritiro del sostegno iraniano alle forze che combattono contro l'Arabia Saudita nello Yemen. Nella disputa bellica, lo sfruttamento congiunto del più importante giacimento di gas del pianeta - tra Iran e Qatar - è di importanza strategica. La questione del gas coinvolge tutti i paesi che si affacciano sul Mediterraneo in Medio Oriente, dall'Egitto a Israele, dal Libano all'Ucraina, da Cipro alla Grecia, fino alla Turchia e ai Balcani.

Dietro la questione dell'accordo nucleare si nasconde una crisi globale molto ampia, sia dal punto di vista geografico che politico. Il governo iraniano di Rohani ha dichiarato che continuerà a rispettare le regole dell'accordo, a condizione che l'UE dimostri di essere in grado di contrastare le sanzioni di Trump. L'UE intende continuare a negoziare una soluzione con gli Stati Uniti, da un lato, e con la Russia e la Cina, dall'altro. In questi tentativi sembrano aver dimenticato il lavoro della talpa della crisi capitalista mondiale e la resistenza delle masse. In Francia, Iran, Tunisia, Turchia, questa crisi e questa resistenza stanno diventando sempre più evidenti. Anche in Israele si sta sviluppando un movimento per rimuovere Netanyahu dalla sua carica per corruzione, con la compiacenza dell'establishment militare. Qualcosa di simile affronta Trump nel suo territorio con un altro compiacenza - quella dell'FBI.

Corea

La crisi del trattato ´Iran + 6´ ha un impatto sui negoziati in corso tra Trump, le due Coree e la Cina. Anche qui stiamo discutendo di un accordo di "denuclearizzazione" di portata incerta e, come si vede, di attuazione ancora più incerta.

Trump segue il suo metodo estorsivo di dubbio successo. Ciò che è chiaro, tuttavia, è il carattere del periodo politico globale: più crisi, più guerre commerciali e finanziarie, più estorsioni sostenute dalle armi, più guerre, crisi politiche più grandi, rivolte popolari. 

Queste condizioni sollecitano la lotta politica per la creazione di una Internazionale Operaia Rivoluzionaria, la Quarta Internazionale. 
 

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(...) Ad un certo punto ho pensato di non intervenire in funzione del fatto che iniziava un dibattito e, naturalmente, si ha il diritto, quando inizia il dibattito, di prendere un po' di tempo per riflettere, di giungere a conclusioni, perché la condizione di ogni dibattito è la serietà delle posizioni in conflitto o delle divergenze, che siano serie (...) è diritto di tutti difendere le proprie opinioni politiche (...).

Credo che si debba riflettere sulla dichiarazione finale sul fenomeno del fascismo in Europa, perché in essa c'è indubbiamente una lacuna, non c'è considerazione del problema, non c'è commento, che è un modo per indicare che dobbiamo continuare a discuterne (...).

(...) Il fenomeno del fascismo, che non è esattamente quello a cui i compagni fanno riferimento nei loro testi, perché parlano di protofascismo, cioè di movimenti che si evolvono o che indicano una prospettiva di questo tipo, è associato a una guerra civile, dove c'è una potenziale guerra civile, cioè dove il fenomeno del fascismo diventa urgente. Mussolini in Italia e Hitler in Germania intervennero per risolvere, o furono usati come strumento, una guerra civile contro la classe operaia. C'è uno storico filo-nazista, tra i nuovi storici tedeschi, che ha spiegato e giustificato l'ascesa del nazismo dicendo che i bolscevichi, facendo una rivoluzione proletaria e socialista in Russia, hanno scatenato una guerra civile europea, e che l'Europa doveva difendersi dalla barbarie asiatica. In realtà, la rivoluzione bolscevica è il prodotto della guerra imperialista dei barbari d'Europa, non dell'Asia, e la guerra imperialista che ha portato alla rivoluzione bolscevica è una manifestazione violenta di tutte le contraddizioni di classe del capitalismo scoppiato nella prima guerra mondiale.
Dunque la rivoluzione bolscevica non è "colpevole" di una guerra civile, ma è la consapevolezza che il mondo è entrato in un periodo di guerra civile e si dà una politica. Dice: "Dobbiamo darci i metodi per vincere questa guerra civile e distruggere l'imperialismo su scala europea".

La caratterizzazione del fascismo non può essere ridotta a truppe d'assalto. Noi, in Argentina, abbiamo avuto un'esperienza, abbiamo avuto un governo di protofascisti sotto Perón, che hanno formato le Tripla A (Alleanza Anticomunista Americana, N.d.T.), e poi abbiamo avuto un governo come quello di Videla, che ha soppresso la Tripla A e l’ha integrata nelle task force delle Forze Armate dell'Esercito e queste task force sono state organizzazioni di assalto, si sono infiltrate nelle organizzazioni popolari, le hanno spiate, poi sequestrate; hanno attaccato i lavoratori con metodi di guerra civile, in questo senso, ci sono stati metodi di guerra civile, ma quello di Videla NON è stato un governo fascista.
Per tornare a questo argomento, in Europa non si sono ancora create le condizioni per una guerra civile.  Curiosamente, qualcosa che viene giustamente sottolineato qui ha anche il suo contrario, perché se il fascismo, il protofascismo o l'estrema destra avanzano, storicamente, in un quadro di polarizzazione politica con la classe operaia e la sinistra, siccome oggi non accade questo, la borghesia può dire che non è ancora il momento del fascismo, perché non c'è alcuna possibilità per ora di una rivoluzione proletaria, perché non ci sono partiti rivoluzionari. Per ora è più conveniente governare con i metodi attualmente in uso in Europa ed è per questo che nell'Europa occidentale, in generale, movimenti di questo tipo sono stati sconfitti dall'elettorato e alcuni di essi sono regrediti.

Quindi, in linea di principio, pongo nella discussione la polarizzazione, che è sempre una premessa della guerra civile e una tendenza della guerra civile. Il fascismo è, per ora, un fenomeno potenziale.

L'altro problema, e ne parleremo un po' di più, perché lo abbiamo sempre considerato centrale. Il Partido Obrero ha scritto molto sul fascismo in Europa. In primo luogo, perché in Francia esiste un'organizzazione, Lutte Ouvrière, che riempiva costantemente le sue pagine con l’imminenza della vittoria del Fronte nazionale. Lutte Ouvrière ha condotto una campagna per evitare che il Fronte Nazionale in Francia si imponesse come un fenomeno imminente fin dalla fondazione del Partido Obrero, avvenuta mezzo secolo fa, e [dicendo] che il Fronte Nazionale si appresta a prendere il potere, però non lo prende mai. Una spiegazione va trovata, perché non esiste un fenomeno di così lunga durata.
Il problema è che la borghesia europea cercava di risolvere le sue contraddizioni e la sua dipendenza dal capitale americano attraverso il Mercato Comune, la Commissione europea, l'Unione europea, l'euro. Il fenomeno politico del fascismo rispetto al passato si scontra con il problema che l'Unione europea non è un'entità nazionale e che il movimento fascista è un movimento che alimenta le rivalità nazionali. In altre parole, il nazionalismo locale contraddice la strategia della borghesia di resistere all'imperialismo americano attraverso l'Unione europea. A seguito della disintegrazione economica, della crisi nell'Unione europea, i fascisti, invece di voler costruire un'Unione europea fascista, rivendicano di ritirarsi da essa.

In questo periodo storico, un nazionalismo puramente tedesco, un nazionalismo puramente francese o un nazionalismo puramente spagnolo o italiano non ha futuro; non c’è il peso dell'Italia o della Germania negli anni Venti, che erano in declino, ma costituivano ancora entità statali potenti rispetto alla struttura politica mondiale - oggi questo non accade. Oggi la Germania è importante perché ha l'Unione europea, attraverso l'Unione europea. Qui c'è un conflitto importante: per strutturare un fascismo sarebbe necessario che esso non indebolisse il dominio borghese ma lo rafforzasse; questo spiega il fatto, ad esempio, che in Italia il Movimento 5 Stelle ha già abbandonato la proposta del ritiro dell'euro. Con la demagogia dell'uscita dall'euro ha ottenuto sostegno politico, e ora che ha ottenuto il sostegno politico e vince le elezioni, dice: "restiamo nell'euro", con argomentazioni diverse. Lo stesso vale per gli altri paesi europei. La demagogia nazionalista si è concentrata sul problema degli immigrati e dei rifugiati, provenienti da tutto il Medio Oriente, e in particolare dal Nord Africa.

In termini di strategia controrivoluzionaria, l'asse saranno gli Stati Uniti e la possibilità del fascismo in Europa è legata al fascismo negli Stati Uniti, non al fascismo italiano, tedesco o di altro tipo, ma a una dominazione dell'imperialismo statunitense sull'Europa. È molto interessante che se Steve Bannon (responsabile della campagna di Trump) si è incontrato con tuti i leader nazionalisti in Europa, suppongo abbia detto loro quello che dice Donald Trump: "Prima l'America", non prima l'Europa. Lo slogan di un nazionalista è: “prima il mio paese". È molto probabile che il nazionalismo europeo si trasformi in quello che era il nazionalismo ungherese o rumeno, che fungeva da rappresentante dei nazisti, ora come forza secondaria dell'imperialismo statunitense. Ma questo pone una crisi politica negli Stati Uniti perché, in primo luogo, devono liquidare il sistema bipartitico, come qualcuno ha detto a un certo punto; devono liquidare un sistema politico storico su cui la borghesia americana è stata istruita, preparata e ha esercitato il potere, anche esportato in altri paesi, in misura tale che quando invadeva un paese e massacrava un intero popolo, immediatamente gli dava una Costituzione e un parlamento.

Ossia, quando l’America abituata a governare il proprio paese con metodi propri, e quando invade un altro paese cerca di imporgli gli stessi metodi - questa è un'osservazione che Trotsky aveva fatto in alcune occasioni, specialmente con la Cina, dove gli Stati Uniti presentavano le loro aspirazioni imperialiste proclamando i loro metodi costituzionali. Oppure, di recente, per giustificare l'invasione dell'Iraq e lo “state building” in altri paesi.

Recentemente abbiamo avuto una discussione qui in Argentina perché la destra argentina era diventata repubblicana, in contrapposizione al nazionalismo che presentava come autoritario. Uno dei motivi per cui il macrismo ha annullato la legge di emergenza ed è diventato repubblicano, tra virgolette, è che gli investimenti stranieri hanno bisogno della sicurezza di una legge, cosa che vale in un tribunale internazionale, che qui in Argentina e io suppongo in altri paesi, si chiama “certezza del diritto". Poi, sotto forma di repubblicanesimo, si stabilisce una dominazione più acuta dell'imperialismo; si tratta di un repubblicanesimo reazionario.

Ciò che si pone nella costruzione di un processo fascista, e lascio alla discussione, è la questione della leadership degli Stati Uniti. Il fascismo degli anni '30 e la Seconda guerra mondiale hanno affrontato militarmente gli Stati Uniti, compresa la democrazia, e gli Stati Uniti hanno affrontato militarmente l'imperialismo tedesco, compreso il fascismo. Si potrebbe ora sviluppare una leadership politica fascista degli Stati Uniti, ma è per questo che la classe dirigente è attualmente in grave crisi politica.

Mentre eravamo qui in questi giorni, Donald Trump ha denunciato due volte Amazon su Twitter. Le azioni di Amazon sono cadute e ha perso $80 miliardi. Rispetto a ciò che Trump sta facendo con i suoi tweet, la difesa della carne di maiale e di DirecTV da parte di Cristina [Kirchner, N.d.T.] è un fagiolo, vi ricordate? che ha difeso la carne di maiale perché era sessualmente vigorosa e che le piaceva DirecTV, che era un modo indiretto di attaccare Cablevision e il gruppo Clarín e i suoi scagnozzi. L'attacco di Trump ha fatto crollare la borsa di New York. Il proprietario di Amazon è, a sua volta, il proprietario del Washington Post, e questo giornale è il "Clarin" nordamericano contro Trump, i suoi metodi egemonici, e Trump minaccia di affondarlo se non si disciplina. Ma Amazon è una potente società capitalista, c'è uno scontro molto forte all'interno del capitale finanziario. Come ho detto in alcuni rapporti, nelle elezioni in Pennsylvania, dove Trump ha vinto il 30 per cento delle elezioni presidenziali, nel rinnovo parlamentare di tre settimane fa, una candidata del Partito Democratico, donna e nera, ha sconfitto il candidato repubblicano. In altre parole, abbiamo una crisi molto acuta del regime politico.

Ciò non significa, in alcun modo, che la democrazia statunitense abbia smesso di sparare contro immigrati, neri, lavoratori e che non esista uno Stato di polizia. È necessario affrontare la barbarie della polizia e le bande fasciste che la promuovono e la accompagnano con i metodi del fronte unico operaio contro il fascismo. La relativa immaturità del fenomeno fascista non significa che non dobbiamo combatterlo con i metodi della lotta contro il fascismo, che non sono gli stessi di una lotta con le forze democratiche capitaliste. Voglio fortemente rivendicare questa cosa. Per questo motivo la dichiarazione deve contenere un'indicazione politica sul fascismo e sul fronte unico operaio contro il fascismo. Se diciamo "fronte unico operaio contro il fascismo", nessuno può dire che sia un fronte popolare, cioè un fronte di collaborazione di classe con la borghesia democratica.

Siamo nel bel mezzo di una discussione che sta appena iniziando. Molti di questi movimenti di estrema destra sono al governo, per esempio in Austria, in coalizione con la destra "repubblicana"; lo stesso vale per altri paesi - l'Ungheria. Qui si diceva che questa tendenza di destra e protofascista si sarebbe accentuata con lo scoppio della prossima crisi finanziaria. Oso fare un contro pronostico: una crisi finanziaria potrebbe anche far cadere tutti gli attuali governi protofascisti (fu quello che successe con la dittatura di Primo de Rivera, nel 1930, in Spagna). La destra non è un fenomeno fisso o congelato - è costretta a passare attraverso l'esperienza delle masse con essa e con la crisi capitalista. Succederà quando avranno sperimentato che questo governo di destra non ha risolto nessuno dei problemi e distrutto qualunque aspettativa. Ancora di più, come conseguenza della ristretta base nazionale del fascismo oggi in Europa, e la disintegrazione dell'Unione europea.

Troverete questa analisi, in parte, nella letteratura del Partido Obrero sull'argomento. Mi rendo conto che ora dobbiamo fare due cose: in primo luogo, nella dichiarazione ci deve essere il fronte unico operaio contro il fascismo e le milizie operaie contro il fascismo, e ci deve essere la lotta per l'indipendenza politica della classe operaia in quella campagna contro il fascismo. Dobbiamo fare attenzione che la lotta del fronte unico operaio contro il fascismo non sia una distrazione dalla lotta contro i Macron, i Rajoy, i Pablo Iglesias o Pedro Sánchez, Angela Merkel, i Trump e Clinton e i Macri, i governi effettivamente all'opera.
(……)
 

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L'escalation della guerra commerciale che il governo degli Stati Uniti sta conducendo contro la Cina, con l'aumento dei dazi all'import di acciaio e alluminio, non è il principale punto di attrito nelle relazioni tra i due paesi. Le importazioni dalla Cina in questi settori rappresentano una piccola percentuale del mercato nordamericano. La posta in gioco è un pacchetto più ampio, il che è stato esposto con le minacce di Trump di ampliare l'elenco dei prodotti, questa volta per un valore di 100 miliardi di dollari. L'amministrazione statunitense sta puntando alla concorrenza cinese nel settore di alta gamma, a maggior ragione dopo l'annuncio del regime Xi Jinping di voler trasformare la Cina in un leader tecnologico in settori quali la robotica, l'intelligenza artificiale, le comunicazioni e i prodotti farmaceutici. I telefoni cellulari prodotti in fabbriche cinesi, computer e accessori esportati negli Stati Uniti per un totale di 150 miliardi dollari, sono considerati una minaccia diretta al dominio economico e militare degli Stati Uniti.

Il consulente commerciale della Casa Bianca Peter Navarro, un architetto chiave di misure di guerra commerciale, ha dichiarato: "Se essi [la Cina] fondamentalmente assumono il controllo di questo terreno tecnologico sottraendolo a noi, non avremo un futuro come paese nei termini della nostra economia e della nostra sicurezza nazionale.

L'azione della Casa Bianca include anche il blocco di numerose associazioni di imprese cinesi con il capitale di società tecnologiche strategiche statunitensi. Su questa linea, ha posto il veto all'acquisizione di Qualcomm, un gigante dei superconduttori, da parte di una società di Singapore il cui capitale è influenzato da Huawei, il più grande produttore cinese di chip. Inoltre, insieme al Regno Unito, ha vietato l'attività della società di telecomunicazioni ZTE in entrambi i paesi per motivi di "sicurezza nazionale".

 

Apertura

Questo gioco di ritorsioni e pressioni ha lo scopo di forzare l'apertura dell'economia cinese, di colonizzarla e di portare il processo di restaurazione capitalista alle sue ultime conseguenze. Questo è al centro del conflitto con la Corea del Nord, che, come hanno sottolineato diversi analisti, è un tiro mancino contro la Cina, il paese che ha i legami più stretti con il regime nordcoreano. L'attacco contro di essa è stato utilizzato dagli Stati Uniti per rafforzare la sua presenza militare nella regione e quindi per lanciare un monito contro Pechino.

Il regime cinese ha dato segni di muoversi verso un'apertura. Ha presentato un calendario per l'abolizione di tutte le restrizioni di proprietà sui costruttori di automobili stranieri che operano in Cina. Tra massimo cinque anni sarà eliminato l'attuale limite che impone alle imprese straniere di detenere fino al 50% delle joint ventures con produttori locali. In altre parole, produttori come Volkswagen, BMW, Ford o Toyota potranno produrre in Cina senza dover condividere l'attività e i profitti con i loro partner locali. O almeno possedere una partecipazione di maggioranza delle proprie filiali nel paese.

Sebbene il governo cinese abbia negato che l'annuncio serva a pacificare l'attuale controversia commerciale con gli Stati Uniti, alcuni lo interpretano come un occhiolino a Trump, che ha ripetutamente lamentato gli ostacoli di Pechino all'importazione di veicoli statunitensi (tassati al 25%) e le condizioni che impone per la loro produzione sul suo territorio. Nel 2018 la Cina abolirà anche le restrizioni alla produzione di aerei e navi da parte di imprese straniere, settori nei quali ci sono quote massime di proprietà analoghe a quelle del settore automobilistico.

 

Riforme

Tali misure sono in linea con il piano di riforme promosso da Xi Jinping. Una delle sue priorità è consentire l'ingresso di capitali privati nelle imprese di proprietà statale (SOE, in inglese), che sono generalmente fortemente indebitate e in molti casi non redditizie. Il debito di queste imprese, che sono state finanziate a basso costo da banche statali, generando un rapporto di indebitamento eccessivo, è uno dei principali problemi della Cina. L'economia cinese è seduta su una montagna di debiti: si è passati dai 7 mila miliardi di dollari nel 2007 ai 30 mila miliardi di dollari oggi, il che rappresenta il 282 per cento del PIL. La metà dei debiti delle famiglie e delle persone fisiche, delle società non finanziarie e dello Stato è associata all'attività immobiliare. Il debito delle imprese cinesi è diventato uno dei più alti al mondo (125 per cento del PIL) e comprende imprese statali e private. Questa situazione è diventata insostenibile e non può protrarsi a lungo. L'annunciata "deregolamentazione" prevede che le imprese che non sono competitive vengano riformate attraverso chiusure o acquisizioni, consentendo un processo di concentrazione e di acquisizione del mercato da parte delle grandi imprese. Un timore fondato delle autorità cinesi è che ciò provochi un forte calo del PIL e, di conseguenza, una massiccia perdita di posti di lavoro, che potrebbe portare a una reazione sociale incontrollabile. Ciò spiega le esitazioni di Pechino nell'attuazione del piano. "Nonostante le speranze siano riposte nei prossimi movimenti di Xi, c'è un certo scetticismo riguardo la velocità e l'efficacia delle sue riforme”.

 

Transizione

In questa situazione, la leadership ha inviato le cellule del Partito Comunista Cinese (PCC) a controllare le aziende. A loro volta, secondo i ben informati, si moltiplicano gli arresti e le incarcerazioni di capitalisti corrotti. D'altro canto, l'aumento della disoccupazione che deriverebbe dalle riforme in preparazione è impraticabile senza una rete di sicurezza sociale, il che spiegherebbe perché le autorità cinesi stanno prendendo in considerazione una riforma del sistema di sicurezza sociale.

Ma questo interventismo è impotente di fronte alle crescenti contraddizioni che la politica ufficiale sta accumulando. Lo Stato, in Cina, opera come unificatore dei vari capitali pubblici e privati. Né in Russia né in Cina si è sviluppata una borghesia di classe, poiché in entrambi i casi essa è mediata dallo Stato, il quale conserva gran parte della sua struttura burocratica 'pre-capitalista'. Xi Jinping, un bonapartista speciale che ha ottenuto poteri eccezionali grazie alla rielezione a tempo indefinito, è costretto a conciliare la tendenza all'autonomia dei suoi protocapitalisti con la necessità di contenere la disintegrazione dei loro Stati. Le ex economie statali hanno incorporato nelle loro contraddizioni interne quelle ancora più violente dell'economia mondiale. La Cina sta entrando in una fase più convulsa della restaurazione capitalista, il che prepara il terreno per un più ampio intervento da parte della classe operaia.

 

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Il passaggio di consegne di Raul Castro ha sollevato ancora una volta ogni sorta di commenti sulle prospettive politiche di Cuba. Una buona parte della stampa cerca una risposta, come di consueto in questo incontro, nella storia e nella personalità di Miguel Díaz-Canel, il nuovo capo dello stato. L'unica cosa certa che si può dire a questo punto è che non godrà della stabilità o della autonomia di potere dei suoi due predecessori. Raúl, lontano dal ritirarsi, conserva, almeno fino al 2021, la posizione ancora più decisiva di segretario generale del Partito comunista.

Transizione

La transizione che potrebbe rappresentare Diaz-Canel è condizionata da un processo più generale, che è stato avviato da Fidel, dalla dissoluzione dell'Unione Sovietica. Tuttavia, da molto prima di questo crollo epocale, la transizione in questione non ha avuto nulla a che vedere con il socialismo, ma con un inserimento nel mercato mondiale, anche di fronte al blocco che l'imperialismo americano ha esercitato contro l'isola fin da subito dopo la Rivoluzione cubana. Da quando la rivoluzione si fermò nel suo sviluppo storico e fu politicamente congelata in un regime monopartitico e in un'alleanza con la burocrazia di Mosca, la questione della transizione al socialismo fu esclusa dall'agenda politica e sociale del paese. Le transizioni al socialismo sono legate al carattere di classe del potere politico - che, a Cuba, non ha mai assunto il carattere di un regime operaio o, per usare un'espressione più rigorosa, la dittatura del proletariato. L'isolamento della rivoluzione cubana, anche in America Latina, e il riflusso della rivoluzione mondiale, condizionarono il suo ulteriore sviluppo. La stessa conseguenza ebbe anche l'avventurismo politico della sua leadership (foquismo) in relazione alla crisi globale del continente e ai suoi processi di lotta e riconfigurazione delle sue avanguardie.

Gli oppositori della Rivoluzione, decisi a descrivere il suo "fallimento", dimenticano che potenze capitaliste grandi e meno grandi hanno applicato un implacabile sabotaggio economico e politico contro la nazione cubana, al fine di confinarla in una sorta di esilio internazionale.

Modello cinese

Il valore aggiunto dell'economia cubana rappresenta un terzo in meno di quello che si generava al momento della dissoluzione dell'URSS. L'impatto politico fu persino più alto di quello economico, poiché la leadership castrista governava con una prospettiva complessiva estranea a questa possibilità, il che si manifestava in un'integrazione al blocco socialista, che impegnava Cuba in uno schema logistico industriale e arretrato - in relazione a l'economia mondiale. Cuba ha dovuto affrontare, quindi, più di una transizione, una ristrutturazione dell'economia interna.

Fino ad oggi, Cuba cerca di seguire il cosiddetto 'modello cinese' o 'vietnamita', che si differenzia dalla vendita all'asta dei beni dello Stato che ha seguito la Russia negli anni '90, con lo svantaggio che gli manca, ovviamente, il mercato di questi paesi ed è soggetto all’embargo nordamericano. E’ così che, come in origine in Cina, sono state istituite "zone franche" per il capitale straniero, una precaria privatizzazione delle terre agricole e un commercio urbano minimo. I risultati, una crescita del 2/3% del PIL, sono lontani dal 7% della base annuale che è considerata necessaria per sviluppare l'economia. L'esperienza delle "zone franche" non è stata generalizzata all'economia, come è successo in Cina; vale a dire, costituisce un tentativo di restaurazione capitalista monco. Né tantomeno la produzione di cibo e il consumo generale sono aumentati in modo significativo; Il 60% viene importato, anche per rifornire i negozi speciali che si rivolgono ai turisti e ai titolari di valuta estera in generale - cioè, si ottiene valuta estera che è stata spesa in precedenza.

Il governo ha licenziato centinaia di migliaia di persone due anni fa, con lo scopo, certamente non socialista, di risolvere la mancanza di redditività delle aziende statali, un "aggiustamento" che non è ancora riuscito a spostare l’amperometro degli squilibri economici. L'aspettativa di attrarre investimenti brasiliani non è stata soddisfatta, nonostante le commesse che Lula ha procurato a Odebrecht. La crisi in Venezuela ha privato Cuba di carburante ad un prezzo inferiore al prezzo internazionale, il che rappresenta un duro colpo economico. I due principali partner economici di Cuba, attualmente Cina e Russia, in pieno restaurazione capitalista, appoggiano una ristrutturazione dell'economia sulla base di un tasso di profitto internazionale.

Industria e campagna

Secondo numerosi specialisti, almeno la metà dell'industria cubana dovrebbe essere ristrutturata o chiusa, a causa del costo che rappresenta per lo Stato. Un 'aggiustamento', in termini capitalistici, scatenerebbe un'esplosione sociale; si tratta, inoltre, di un'industria nelle mani delle forze armate, il che implicherebbe uno scontro con interessi potenti. Il fitto agricolo, nel frattempo, che mira a incoraggiare l'interesse privato, è limitato della mancanza di un mercato all'ingrosso per i prezzi, dal momento che la commercializzazione circola per mezzo dello stato.

L'altra questione decisiva, di cui si discute dagli anni '90, è  quella monetaria. A Cuba circola una valuta “dollarizzata”, il CUC, che viene utilizzato nel libero mercato, come il turismo, e un’altra “pesificata”, il CUP, che paga i salari. È un sistema di svalutazione strutturale della forza lavoro - che non compensa i servizi gratuiti, che è più difficile da mantenere. Il divario tra entrate dollarizzate e le spese pesificate rimane nelle mani dello Stato, che la usa per sovvenzionare l'industria non redditizia. Raúl ha dichiarato che "la questione (monetaria) non può essere ulteriormente rinviata nella sua soluzione". L’unificazione monetaria comporterebbe un sistema di prezzi molto più elevato di quello che attualmente consente la fornitura al popolo, e anche un sistema di conversione del peso cubano al dollaro.

Chi ristrutturerà

La distorsione monetaria impedisce una ristrutturazione industriale, che richiede un sistema di costi chiari. La questione è chi la realizzerà: i lavoratori o la burocrazia. Da un lato, la ristrutturazione dovrebbe rispondere a un piano generale che garantisca la piena occupazione nell'economia presa nel suo insieme. Dall'altro, deve garantire che il reddito della forza lavoro assicuri l'acquisizione, quanto meno, del necessario per una famiglia. Il controllo operaio e l'indipendenza e la democrazia dei sindacati sono gli strumenti politici che devono essere presenti e persino condurre una ristrutturazione dell'intera economia. In conclusione, questo pone il tema della libertà politica, che consenta la formazione di un partito del mondo del lavoro.

È a partire da un programma di queste caratteristiche che il proletariato di Cuba può riconquistare un'indipendenza politica che ha perso molto tempo fa.

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Con il pretesto che i governi di Bashar al-Assad e Putin sono tornati all’uso di armi chimiche contro i civili, questa volta a Douma, un quartiere nei pressi di Damasco, Donald Trump, la premier inglese May e il francese Macron hanno annunciato rappresaglie di enorme portata distruttiva contro le posizioni militari, le basi aeree e le installazioni ufficiali di entrambi i governi in territorio siriano.

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L’anno scorso, con giustificazioni simili, Trump lanciò dozzine di razzi contro quegli obiettivi in ​​una singola operazione, dopo aver avvertito la Russia, che ritirò la sua aviazione in anticipo. I grandi media statunitensi stanno esortando Trump a non “ripetere l’errore precedente”: invece, insistono per un’offensiva militare e politica di vasta portata, senza mostrare il minimo sospetto che questo potrebbe innescare una guerra internazionale che coinvolgerebbe tutte le grandi potenze e gli stati principali della regione.

Né le denunce dello scorso anno, né la recente accusa contro la Russia di aver attentato alla vita di un doppio agente con prodotti chimici in un villaggio in Gran Bretagna, sono state dimostrate in modo efficace. Lo stesso sta accadendo ora. Ci troveremmo di fronte a una provocazione che mira a fungere da pretesto per estendere la guerra in Siria. Lo stesso Putin, che usa i massacri come metodo di governo, non si spiega perché dovrebbe usare l’arsenale chimico in una guerra che sta vincendo, mentre il suo omologo americano, Trump, è coinvolto in una crisi interna, a causa dell’opposizione del Dipartimento di Stato e del Pentagono alla sua proposta di ritirarsi dalla Siria.

Esiste la possibilità che la denuncia dell’uso di armi chimiche a Douma sia parte di una falsificazione propagandistica, o che gli accusatori hanno utilizzato la milizia islamica che era fino a poco tempo nei dintorni di Douma, a Jaish al-Ilan , per eseguire il massacro batteriologico. Il giorno dopo l’incidente, Israele ha bombardato le basi del governo siriano e le milizie di Hizbollah e dell’Iran in Siria, che è stato interpretato come un avvertimento per Trump affinché non si ritiri militarmente in Siria. Gli analisti di questa guerra, assicurano che lo stato sionista ha già bombardato il territorio vicino più di cento volte dallo scoppio della guerra civile. Il governo sionista non ha riconosciuto il recente attacco, né un gran numero di quelli precedenti. Le loro azioni, tuttavia, sono state autorizzate dal loro “nemico”, la Russia, che controlla lo spazio aereo della Siria. “Netanyahu è attaccato al telefono rosso che comunica con Mosca”, ricorda un giornale americano. La guerra internazionale sul territorio siriano è innegabile: intervengono con i loro eserciti o milizie: Stati Uniti, Russia, Gran Bretagna, Francia, Turchia, Iran, Israele così come Arabia Saudita, Qatar ed Egitto, per mezzo di milizie.

Mentre questi crimini di guerra stanno avvenendo, la grande stampa di questi paesi continua a promuovere davanti al pubblico la “vocazione pacifista” dell’imperialismo e dei poteri reazionari in presenza. Il massacro di civili è stimato tra 350mila e mezzo milione di persone e profughi in diversi milioni.

Trump propone di ritirare le truppe di terra americane, per promuovere una guerra più ampia attraverso agenti locali – come ha fatto per esempio in Afghanistan e in Iraq. Con il ricordo della sconfitta in Vietnam, tra il 1968 e il 1974, non vuole vedere il ritorno delle bare negli Stati Uniti. È probabile che il magnate della misoginia autorizzi l’occupazione di tutta la Siria settentrionale da parte della Turchia, affinché l’esercito di questo paese faccia da agente dell’imperialismo contro la presenza russa. Putin fa lo stesso, poiché ha autorizzato l’aviazione della Turchia a bombardare la regione e ad occupare la città di Afrin, a maggioranza kurda. Gli scontri militari si combinano con quelli interni a ogni blocco, in una carneficina infernale contro i popoli. La guerra ha dato ad Israele un diritto di controllo e di interferenza “di fatto”, che sarà usato per espellere completamente i palestinesi dal loro territorio storico. Il sionismo ha intrapreso l’avventura di un “grande Israele”, come l’oppressore di primo ordine di un oceano di popoli arabi circostanti, e quindi in guerre e sofferenze senza pari.

Questa guerra coinvolge il mondo intero. Se vincono Trump, May, Macron o Merkel, si rafforzeranno la precarietà lavorativa e sociale del proletariato negli Stati Uniti e in Europa, cioè la miseria senza fine. Putin e gli ayatollah, caste capitaliste reazionarie e oppressive, sanno che non hanno possibilità di vittoria di fronte all’imperialismo mondiale; è per questo che cercano un “accordo” impossibile con l’imperialismo – come dimostrano i ripetuti tentativi in Siria e in altri paesi in guerra, e tutti i tentativi analoghi in Ucraina e nei contesi territori musulmani dell’ex Unione Sovietica.

Chiamiamo, per tutto questo, le classi lavoratrici dei paesi imperialisti e di tutti i popoli oppressi ad unire le forze e gli sforzi per un’azione internazionale contro l’imperialismo e per sconfiggere le guerre imperialiste e reazionarie attraverso la rivoluzione sociale.

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Alla vigilia delle elezioni che si sono svolte ieri in Italia (domenica 4 marzo, N.d.T.), l'aspettativa che i risultati non avrebbero affossato ancora di più l'Unione Europea in un’altra delle crisi che la stanno affondando inesorabilmente, si basava sulla possibilità della comparsa dalle urne di un governo di coalizione tra il Partito Democratico al governo e Forza Italia di Silvio Berlusconi all’opposizione. Il PD è nato dall’unione del Partito Comunista e di una frazione liberale della Dc, negli anni '90. È stato una versione fantasmagorica del disegno strategico (Compromesso storico), con il quale lo stalinismo pretendeva di andare al governo attraverso un'intesa con il Vaticano. Più prosaicamente, è stato un tentativo di concedere l'amnistia ai politici clericali con un pesante fardello di corruzione, dopo tre decenni di governo ininterrotto, e di cooptare la burocrazia operaia nello Stato borghese. La truppa che è stata lasciata fuori da questo riciclo è stata assorbita dal magnate dei media Silvio Berlusconi.

La gestione dell'Italia, negli ultimi trent'anni, è stata responsabilità , in alternativa, dell’uno e dell’altro. Il governo che è stato spazzato via domenica è diventato uno spettro di quella rotazione, perché è nato da un'alleanza tra il PD e una frazione che ha rotto con Forza Italia; ha subito diversi successivi colpi di palazzo; ha consacrato un primo ministro "rinnovatore", Matteo Renzi, senza passare attraverso le elezioni, e alla fine è caduto quando il "rinnovatore" ha cercato di perpetuarsi attraverso un referendum. Gli unti per salvare l'Italia da una crisi che la porterebbe fuori dall'UE sono rimasti, tuttavia, al terzo e al quarto posto in una competizione tra quattro forze maggioritarie - con il 18 e il 14 per cento dei voti. Il crollo del PD è stato descritto come "catastrofico" dalla stampa europea. Il primo posto è stato per l'euroscettico 5 stelle e il secondo per il nazionalismo reazionario - la Lega. Come conseguenza, l'Italia ha raggiunto il gruppo di paesi che pongono in questione, in un modo o nell'altro, la continuità della UE, dal Brexit ai governi nazionalisti in Europa orientale, fino alla destra nazionalista in Francia, Germania e Austria.

L'ascesa spettacolare dei 5 Stelle, un "partito anti-sistema 'senza principi esprime l’enorme voto di ripudio degli elettori italiani verso le forze tradizionali, che nessuna forza di sinistra e delle direzioni operaie è stato in grado di catturare. Potere al Popolo, una coalizione guidata da Rifondazione Comunista, è stata relegata alla marginalità. La RC era sorta in risposta allo scioglimento del partito comunista. Il fallimento è comprensibile: Rifondazione Comunista è entrata nel governo del PD e ha attuato la sua politica antioperaia. Potere al Popolo giustifica la politica antioperaia, militarista e pro-Nato del governo greco di Syriza, con cui integra un blocco nell'Europarlamento. Per Potere al Popolo, la svolta a destra di Syriza costituisce un "sacrificio obbligatorio" della sua leadership per mantenere la sinistra al governo. L'illustre tradizione dell'Italia ha subito le devastazioni della sua sinistra 'anticapitalista'. La leadership del Nuovo Partito Anticapitalista di Francia gli ha dato il suo totale e inutile pieno sostegno.

L'Italia è "il malato d'Europa", con una crescita pari a zero nell'ultimo decennio, che contrasta con il quasi 30% in Germania o il 14% di media nell'UE, il che dà, comunque, meno del 2% annuo. La disoccupazione media è del 12%, tra i giovani raggiunge il 34%. Ha il più alto debito pubblico in Europa – due mila miliardi e mezzo di euro, che paga un tasso di interesse più alto rispetto ai suoi concorrenti. Alimenta le banche con pagamenti annuali di 350 miliardi di euro, anche se un terzo dei creditori è straniero. Per salvare una parte delle sue banche dalla bancarotta, è stato costretto a violare la nuova legge sui fallimenti dell'Unione Europea. Il ricorso a questo misura di emergenza l'ha messa in conflitto con l'intenzione della Commissione Europea di sviluppare una "unione bancaria" e quindi con un piede fuori dalla Banca Centrale Europea. Gli euroscettici e i nazionalisti che hanno affrontato nei dibattiti affrontano questa crisi con la proposta di indire un referendum per uscire dall'euro e, potenzialmente, dall'UE.

Come accadde in Gran Bretagna, una delle più importanti leve elettorali dei partiti xenofobi, è stata incolpare l'immigrazione per la rovina sociale dell'Italia. La proposta, fuori luogo in relazione alla natura e alla causa della crisi, anticipa il pronostico che fallirà miseramente se raggiungerà il governo. Per attaccare l'immigrazione, la democrazia italiana, molto prima dei fascisti, ha imposto il diritto al pattugliamento aereo della Libia e all’ingerenza nella sua politica interna e di sicurezza, ossia a ripristinare una politica coloniale e militarista. Ma è stata, proprio la riconversione della Libia in una colonia degli stati imperialisti, attraverso bombardamenti e invasioni e la distruzione del suo governo e l'assassinio dei suoi leader, che ha scatenato la cosiddetta "crisi migratoria". La crisi politica dell'Italia, così come quella dei Balcani, dell'Europa orientale e dell'area euro mediterranea, acutizza e aggrava la catastrofica crisi politica nel Medio Oriente nel suo complesso - e prima di tutto in Turchia, la prima tappa nella fuga delle popolazioni colpite dalle guerre manipolate dall'imperialismo.

Nel mezzo della crisi che sta attraversando la Brexit e le rappresaglie commerciali annunciate da Trump, gli osservatori temono che il risultato elettorale scateni una fuga di capitali in Italia e la conseguente crisi bancaria. Negli ultimi giorni c'è stata una crisi di liquidità in Europa (finanziamento a breve termine), che ha portato ad un aumento significativo del tasso di interesse di riferimento, il Libor, che ha reso più costoso il rifinanziamento delle società con debiti elevati. L'economia e la politica in Europa sono estremamente precarie.

Stiamo assistendo a una svolta politica a destra nel bel mezzo di un'enorme crisi sociale e di un esaurimento delle relazioni economiche dell'Italia con il mercato mondiale. Il margine di sfruttamento dello sciovinismo anti-immigrazione come canale per la deviazione dalla pressione delle masse è estremamente limitato. Un'uscita da destra richiede un cambio di regime politico e questo cambio di regime è condizionato dalla capacità di offrire un programma d’insieme. Questi requisiti non sono soddisfatti in Italia, che dipende soprattutto dalla Germania. L'Europa, nel suo insieme, è entrata in un periodo di grandi crisi, dove le forze in presenza, e in particolare la sua potente classe operaia, saranno messe alla prova. In Francia e Germania si profilano e si annunciano persino lotte strategiche (Macron vuole privatizzare il sistema ferroviario francese). Ciò che è diventato chiaro è che il "populismo anticapitalista" e i partiti "larghi" o "plurali" non sono strumenti di chiarificazione, di organizzazione né di lotta.

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